LE SCIAGURATE PEREQUAZIONI del 2008 - punito il ceto medio

Gen. Vincenzo RUGGIERI

 

Giuro di dire la verità. Tutta la verità. Nient’altro che la verità.

La notizia era nell’aria. La riforma “Maroni” non piace alla sinistra radicale. Per cui è necessario abolire lo “scalone”. Quel provvedimento che aumentava il limite di età per andare in pensione. Proprio quel provvedimento che avrebbe riequilibrato, almeno per un ventennio, la previdenza italiana. Tutto il problema è racchiuso nel limite di età. Problema compreso da tutto il mondo. Ma non in Italia. Da noi bisogna andare in pensione prima degli altri. Si nega che la speranza di vita sia aumentata per cui anche se i contributi previdenziali versati non sono idonei a garantire una retribuzione pensionistica sufficiente alla bisogna, occorre pensionare a 57. Al massimo a 58 anni. Non c’è ragione che tenga.

Ma dove reperire i fondi? Abolire lo scalone significa dover trovare una montagna di soldi. Come fare? Nessun problema. Aumentare la tassazione: Diminuire le pensioni del ceto medio. Risolto il problema. La piazza esulta.

Nessuno si domanda però, perché la previdenza naviga in cattive acque. Ecco le principali ed innegabili cause.

a)       Il rapporto cambio lira euro;

b)       il debito pubblico;

c)       l’aumento della speranza di vita;

d)       le pensioni baby (che dal 1950 ancora succhia risorse);

e)       i ripetuti prepensionamenti,

f)        la contribuzione figurativa (attuata largamente anche oggi).

In questa sede desidero chiarire e dare spunti di riflessioni sulla “contribuzione figurativa”, che altro non è che una simulazione di versamenti per quei lavori “socialmente utili” che non servono a nessuno ma che sono portatori di voti, di retribuzione mensile e di pensioni senza nulla pagare.

Nessuna censura  viene formulata per aumentare le pensioni minime. Ci si domanda però perché a spese delle pensioni del ceto medio?

E’ possibile che nessuno si renda conto che per avere una pensione medio-alta si sono versati contributi anch’essi medio-alti e non si è percepita nessuna parte della retribuzione in nero per evadere contributi?

Il principio applicato è quello demagogico per cui tutti siamo uguali e quindi dobbiamo avere tutti una pensione congrua. Ovviamente anche quelli che nella loro vita “lavorativa” non hanno mai pagato o che hanno pagato pochi contributi. Tutto questo a spese e a danno di chi ha pagato di più e, soprattutto, non ha evaso contributi previdenziali.

E’ noto che abbiamo avuto riforme a strappi: Amato, Dini, Prodi, Amato, Maroni. Quest’ultima, pur se diventata legge è rimasta sulla carta. Vale a dire priva di efficacia in quanto, secondo una parte politica, avrebbe penalizzato i lavoratori. Penalizzato in quanto collocati in quiescenza a sessant’anni anziché a cinquantasette. Questo salto di età è stato definito “scalone”.

Tuttavia, siccome è necessario agire con cautela, il D.L. – Economia/lavoro del 19.11.2007 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 278 del 29 novembre 2007  e successivo, fissa la perequazione annuale nella misura dell’1,6% e ne dispone l’applicazione:

g)       per intero alla quota non eccedente l’importo corrispondente a cinque volte il trattamento minimo INPS (pari a € 2.180,70 mensili corrispondente a 28.349,10 € annui);

h)       al 75% /corrispondente all’1,2%) per la quota pensione eccedente cinque volte l’importo corrispondente al trattamento minimo INPS (oltre € 2.180,70mensili).

Pertanto la preoccupazione del blocco, per le pensioni medio alte sembrava vanificato. Ma non è stato così.

L’insidia, perché di “insidia” si tratta era contenuta nella finanziaria. Nota pertanto solo agli addetti ai lavori e a coloro che conoscono il “politichese” che si esprime con astrusi riferimenti

La perequazione, tradotta in fasce retributive, si presenta così:

a)       aumento dell’1,6%: per la fascia di pensione fino a 2.180,70 € mensili;

b)       aumento dell’1,2%: per fasce di pensione superiori a 2.180,71 € mensili;

c)       aumenti zero: per le pensioni superiori a otto volte il trattamento minimo INPS – pensioni di 3.489,12 € lordi mensili, vale a dire pensioni che al netto di IRPEF e addizionali  varie (regionali e comunali) risultano mediamente di 2.500/2.700 € netti non avranno nulla.

Tenuto conto che si tratta di importi lordi, la stragrande maggioranza dei pensionati UNUCI resta fuori dal circuito della perequazione, perdendo come minimo 80/100 € al mese, e trova iniquo il provvedimento, anche perché non esteso contestualmente al trattamento di attività del personale in servizio